Psicologa clinica e Psicoterapeuta sistemica-relazionale

La relazione: il cibo per l’anima

Relazione Cibo Psiche - La relazione: il cibo per l'anima

Lovefood
L’amore per il cibo nasce dalla simbiosi tra il bambino e la propria madre che lo nutre dapprima col suo corpo e gli insegna in seguito ad essere indipendente. Il cibo trasmette colori, sapori, suoni, forme e vibrazioni che si espandono dentro di noi a livello fisico, psichico e spirituale. Saziamo il nostro corpo per scaldarci l’anima.
Opera di Monica Lai

L’articolo di oggi parla del rapporto col cibo, che desidero analizzare con la teoria transazionale integrativa, scoperta da un po’ di tempo a questa parte, che mi ha entusiasmato per l’efficacia riscontrata nella pratica clinica, tanto da approfondirla in un master, che sto frequentando con grande interesse.

L’obiettivo dell’articolo è di spiegare quanto il rapporto col cibo sia personale e profondamente radicato nella storia relazionale di ognuno. La storia alimentare di ognuno inizia con il seno materno, fonte di nutrimento, a cui il piccolo bebè viene attaccato, poco dopo la sua venuta al mondo. Da quel preciso momento il rapporto col cibo avrà il significato di appagare la fame biologica, necessaria per il nutrimento e la sopravvivenza fisiologica, a cui è correlata la fame psicologica, da cui origina il significato personale di cui verrà investito il cibo e il cibarsi.

Entrambe le fami sono necessarie per la sopravvivenza delle persone, dove una soddisfa il bisogno biologico, mentre l’altra il bisogno relazionale. Le due fami sono correlate e inscindibili, poiché, fin dal primo contatto, il latte nutrente è utilizzato come uno strumento della relazione.

Il nutrimento diventa, infatti, il veicolo di stimoli affettivi, di significati profondi che passano nella relazione tra madre e figlio. Ed è proprio in questa relazione che vengono riposti i bisogni, le aspettative, gli stati d’animo, le preoccupazioni e gli stili relazionali della madre, che si incrociano con quelli del piccolo bebè, dando origine e forma ad una nuova entità psichica, che è la relazione tra una madre ed un figlio, diversa ed unica rispetto alle precedenti e a quelle future. All’interno di questo legame significativo si creano gli schemi psichici che il bambino utilizzerà nel suo rapporto col cibo.

Rifletti sul tuo rapporto col cibo oggi: ti capita di pensare a cosa mangi, soffermandoti anche su come mangi?

Nella mia esperienza clinica riscontro un’attenzione per l’esteriorità, per il corporeo, per la magrezza o per il sovrappeso, con un focus sul “cosa” mangiare, che raramente si sposta sul proprio stile alimentare, cioè su come si mangia. Questa tendenza generalizzata attiene alla grande importanza che ha assunto nella nostra società l’aspetto corporeo, predominante, ma non unico, quando si affronta il tema alimentare.

Esistono, infatti, altri tre domini, che sono il pensiero, le emozioni e il comportamento, che utilizziamo attraverso la modulazione, spesso inconsapevole, dell’uno o dell’altro, in base alla situazione che affrontiamo. E’ fondamentale che i quattro domini (corporeo, cognitivo, affettivo e comportamentale) siano uniformemente presenti ed equilibrati nella persona, affinché l’adulto sia integrato; in caso contrario, la persona sviluppa blocchi psicologici, tali da condizionare l’intera vita relazionale.

L’adulto diventa integrato nel momento in cui stabilisce un contatto con se stesso e con gli altri, attraverso le relazioni.

Il rapporto col cibo ha a che vedere con le relazioni che abbiamo stabilito nei primissimi anni della nostra vita. In queste relazioni fondamentali sono racchiuse tutte le valenze che, una volta diventati grandi, diamo al nutrimento biologico e psicologico.

Ritornando al discorso della fame psicologica, è importante precisare che il cibo offerto al bambino viene caricato di stimoli affettivi, che si organizzano in una struttura spazio-temporale ed acquistano importanza in una relazione significativa, con i bisogni ad essa connessi.

Il mangiare diventa, quindi, fonte di nutrimento e sopravvivenza biologica, ma anche psichica, che si carica di significati a seconda del valore che ad esso viene attribuito nella relazione.

Pensa a quante informazioni conosci della tua storia alimentare. Sai se sei stato allattato al seno e per quanto? Conosci l’età in cui sei stato svezzato? Sai se tua madre lavorava mentre si occupava di te nei primi mesi di vita?

Mi capita di riflettere con i pazienti in studio su quante poche notizie conoscano sul loro primo contatto col cibo, come se, in passato, si trattasse di aspetti della vita di cui non fosse importante occuparsi. In realtà, molte risposte sul rapporto con la nutrizione da adulti trovano le loro radici in questi primi scambi relazionali con la figura materna.

E’ fondamentale cogliere quali siano stati i significati che hanno accompagnato il bambino nelle fasi importanti della sua storia alimentare: il cibo, per esempio, che veicola sentimenti di approvazione o disapprovazione affettiva da parte della madre nei confronti del bambino. Ancora: le frasi tipiche “mangia per fare contenta la mamma” oppure “solo i bambini bravi e buoni finiscono tutto ciò che hanno nel piatto“, rappresentato messaggi pericolosi da dare ad un bambino nel momento della sua crescita psico-fisica.

Si possono, altresì, elencare messaggi ricattatori del tipo: “se mangi, ti compro il giocattolo che preferisci” oppure “se non finisci tutto, ti metto in punizione“.

In tutti gli esempi sopraelencati il denominatore comune è il bisogno del genitore di condizionare la fame biologica del bambino, il quale dovrebbe poter riconoscere da solo il suo senso di sazietà, imparare a conoscere i suoi gusti e ad affermarli fin da piccolo. L’adattamento del bambino al bisogno genitoriale lo porta a disconoscere il proprio e a sintonizzarsi su quello altrui, confondendo la sua fame biologica con altri aspetti psichici, che hanno a che vedere con la relazione che si è creata tra lui e la persona nutrente.

Ogni volta che entra in gioco il soddisfacimento della fame biologica, la persona mette in atto i modelli psicologici con cui ha appagato questa fame.

Nel caso, per esempio, si verifichi che una madre smetta improvvisamente di occuparsi di un figlio, a causa di fattori esterni che intervengono ad interrompere un equilibrio (malattia, morte improvvisa, lutto in famiglia, depressione post-partum, etc.) il bambino subirà un’interruzione nella continuità dello schema interno.

Quest’esperienza traumatica ha un impatto sul bambino che deve modificare il modello interno del come mangiare, associato prima del trauma al nutrimento con stimoli rassicuranti, contenitivi e costantemente prevedibili, per riorganizzarlo, poi, in una struttura interna fatta di stimoli affettivi imprevedibili e discontinui, all’interno di una relazione dove i bisogni relazionali sono profondamente cambiati.

La teoria esposta si traduce nella vita concreta con un cambiamento nello stile alimentare, che ha un’origine relazionale: nel mentre si interrompe una continuità ed una prevedibilità nel nutrimento, vengono modificati gli schemi interni ad esso associati, dando origine a nuovi schemi che si adattano alla situazione nuova.

Pensa all’ultima dieta fatta. Quali schemi interni hai dovuto modificare (il come, il dove, il quanto mangiare)? Il cambiamento è avvenuto a quale costo? Nel caso in cui non sia avvenuto, quali schemi non sei riuscito a modificare?

La consapevolezza di un legame inscindibile tra cibo e schemi interni ad esso associati, ci permette di leggere le diete come una ristrutturazione prescrittiva che modifica gli schemi interni della persona. Nel caso in cui il regime dietetico dimagrante non sia seguito fino all’obiettivo fissato, bisogna ricercare le motivazioni negli schemi interni e nel significato relazionale di cui è stato investito il cibo, chiedendosi quali messaggi relazionali ci sono arrivati attraverso il nutrimento a partire dalla tenera età.

In questo senso, la teoria delle fami aiuta a diminuire i sensi di colpa che la maggior parte delle persone vive nel caso in cui non riesca ad essere costante e risoluta nelle diete dimagranti, poiché questo dato, in apparenza attribuibile alla carica motivazionale di ognuno, ha, invece, un significato specifico nella storia personale e deve essere, pertanto, analizzato caso per caso, evitando inutili generalizzazioni.

Quello che ritengo possa essere utile, in conclusione, è pensare al cibo come ad una carezza che rende la vita più piacevole, in modo congruente all’idea che ognuno ha maturato rispetto al sentirsi bene, in salute, coerentemente con i bisogni relazionali che ci mettono in contatto con noi stessi e con gli altri e che ci rendano adulti completi e realizzati.

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4 Commenti
  1. Complimenti Laura,credo che verrò a trovarti presto! E’ ora che elimini il problema alla radice.

    Iris

  2. Bene analisi completa, ma se il cibo lo intendiamo come una carezza, troppe carezze, che non fanno mai male ci porterebbero a tanti ma tanti kili di troppo… un abbraccio e complimenti per l’attenta analisi

  3. Grazie Doc! Sono lusingata che tu abbia letto il mio articolo e che l’abbia trovato apprezzabile.
    A presto

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